
Tommaso Susanna intendente di Basilicata
Si sparge a Matera la voce che il nuovo governo, nel ristrutturare l'ordinamento amministrativo del Regno, per punire Matera, sanfedista e antirepubblicana nel 1799, si propone di trasferire a Potenza gli uffici provinciali. I più autorevoli cittadini materani lamentano il minacciato trasferimento del capoluogo a Potenza che non ha alcun merito se non quello di essere stata repubblicana nel 1799. Una delegazione cittadina chiede al Susanna di intervenire perché Matera, che è stata tra le prime città ad accettare il nuovo regime, rimanga capoluogo della Basilicata. La richiesta dei materani non viene presa in considerazione: Matera è ai limiti della Provincia, Potenza è, invece, al centro della Basilicata. Motivi logistici, quindi, non certo politici, consigliano Potenza come capoluogo della provincia.
La nuova struttura amministrativa del Regno di Napoli viene regolata dalla legge dell'8 agosto 1806. Il Regno è diviso in 13 province e ciascuna di queste in distretti. In ogni provincia è istituita una Intendenza retta da un intendente, alto magistrato di nomina regia responsabile della amministrazione civile e finanziaria. Capo della polizia esercita i più ampi poteri nella circoscrizione assegnatagli ed è coadiuvato, con voto consultivo, da un consiglio di Intendenza e da un Consiglio provinciale i cui membri sono tutti di nomina regia. E, non più eletti dal parlamento cittadino, ma di nomina regia sono anche coloro ai quali è affidata l'amministrazione delle vecchie Università che i francesi ora indicano come Comuni.
La Basilicata comprende più distretti: oltre
quello di Potenza, città innalzata a capoluogo della provincia dove ha
sede l'intendente, sono il distretto di Matera e quello di Lagonegro. Soltanto
successivamente, verrà istituito il distretto di Melfi. Al governo di
ogni distretto è un vice intendente responsabile di fronte
all'intendente della provincia ed è coadiuvato, con voto consultivo, da
un consiglio distrettuale.
Nominato intendente della provincia dopo la
promulgazione della legge dell'8 agosto 1806, Tommaso Susanna deve ora
provvedere ad organizzare gli uffici della intendenza nel nuovo capoluogo della
provincia.
Nel settembre si reca a Potenza. In casa di Basileo Addone, che ha combattuto a Marengo e che i francesi hanno ora nominato colonnello dei Legionari, il Susanna incontra il generale Ducomet. Questi, che nel maggio ha sostituito Francesco Pignatelli come comandante militare della provincia, ha preso possesso del monastero di San Francesco, dove intende sistemare gli uffici del Tribunale, e ha relegato quei monaci nella Grancia di San Lorenzo, prospiciente il giardino dove sono i magazzini di S. Francesco ora adibiti a caserma. Il Comune, fa presente il Ducomet al Susanna, ha già nominato, nella seduta del 28 luglio 1808, una commissione che dovrà provvedere ai lavori necessari per sistemare il Tribunale nel vecchio monastero, ha inoltre nella stessa seduta deciso di rendere meno disagevole la strada che "dalla Porta di S. Luca conduce alla Taverna di Pappaciccio", nell'attuale borgo San Rocco. Non è il caso - dice il Ducomet al Susanna - di preoccuparsi per la sistemazione degli impiegati che dovranno venire a Potenza: per fornire le "case di abitazione rispondenti al loro grado agli individui che dovranno comporre il Tribunale Civile e Criminale", il Decurionato ha nominato anche una commissione di tre galantuomini per "somministrare ai Padroni che dovranno locare le loro case" agli impiegati che verranno a Potenza una "proporzionata quantità di danaro per decorare e ridurre a miglior forma la medesima qualora i Padroni ne avranno preciso bisogno".
Ma non è stato ancora deciso come e dove sistemare gli uffici della Intendenza. E di questo il generale francese discute con il Susanna al quale impartisce le prime istruzioni per la organizzazione e la sistemazione degli uffici della Intendenza nel nuovo capoluogo della provincia.
Potenza ha fatto una pessima impressione al nuovo intendente. Si entra nella città seguendo un rapido e malagevole sentiero che, percorribile soltanto a dorso di mulo, raggiunge le mura della città a Porta Amendola, la "Porta di Mezzogiorno". Meno disagevole, ma pur sempre un sentiero, è quello che porta al borgo "fuori Porta s'alza", all'imbocco della consolare per Avigliano e per Melfi. Da porta Salza, ancora munita di ponte levatoio, parte una strada stretta e tortuosa, mal lastricata la strada del Pretorio, che attraversa il centro cittadino sino alla Piazza del Sedile da cui si diramano due strade, strette come quelle del Pretorio: una porta allargo del palazzo comitale e, di qui, alla cattedrale; l'altra prosegue verso il castello passando innanzi alla porta di San Luca, dove incrocia una strada che porta alla cattedrale, e prosegue sino alla Porta Nova oltre la quale è il castello.
Chi giunge a Potenza da Avigliano o dai paesi del
Vulture, se non vuoI seguire la strada consolare sino a Porta Salza, subito
dopo la chiesa di Santa Maria del Sepolcro, uno dei pochi casali ancora
abitati, se ha l'accesso nei "giardini del vescovo", può arrampicarsi su
un ripido sentiero sino all'Arco di San Gerardo che immette nel largo della
cattedrale. Altrimenti deve salire un erto sentiero e entra nella città
dalla Porta di San Giovanni di Dio da cui una strada, parallela a quella del
Pretorio, giunge sino alla piazza del Sedile.
Altro sentiero da cui
è possibile raggiungere Potenza è quello che, dai Piani di
Betlemme, termina alla Porta di San Luca sul lato di mezzogiorno tra l'omonimo
monastero delle Clarisse e il castello.
La città è un
groviglio di strade, stradette, strettoie, corti, vicoli e vicoletti. Oltre il
castello, che i Guevara hanno restaurato a metà del Cinquecento, e il
palazzo comitale che il principe di Cardito contesta ai Loffredo; oltre il
palazzo del Seminario e quello vescovile fatto costruire da Achille Caracciolo
vescovo della città dal 1616 al 1623, e gli edifici religiosi, sono il
palazzo che i Morena hanno ereditato dagli Stella di fronte alla porta di San
Luca e, allargo del Palazzo, la vecchia Cavallerizza dei Guevara che gli Addone
hanno acquistato dai Loffredo, conti di Potenza dal 1604, e che hanno
trasformata nel loro palazzo con giardino e cortile dove, con uno stratagemma,
il 27 febbraio del 1799 i repubblicani potentini si erano disfatti dei popolani
che avevano abbattuto l'Albero della Libertà e ucciso il vescovo Serrao.
Ben più modesti sono il palazzo degli Amati a ridosso della Porta Nova a
breve distanza dal castello, quello che gli Stabile e i Giuliani hanno
ereditato dai Centomani affiancato alla chiesa della Trinità sulla
strada del Pretorio, quelli degli Scafarelli, uno allargo della Cattedrale e
l'altro di fronte alla chiesa di San Francesco, quello che i Biscotti hanno
costruito verso la porta di San Luca, quello degli Jorio sulla porta di San
Giovanni, quello dei Cortese sulla strettoIa che da Porta Amendola porta alla
casa della Grancia della Certosa di Padula e al convento e alla chiesa di San
Francesco. E tra le case palazziate si distinguono quelle dei Picernesi, degli
Aquino, dei Trotta, dei Siani sulla strada del Pretorio, quella degli Atella
allargo del Palazzo e, nelle stradette e nelle quintane dietro il Sedile,
quelle dei Borsa e dei Vaglio.
Tratto da: TOMMASO PEDIO, Intendenti e prefetti a Potenza (1806 - 1943), Appia 2 Editrice, Venosa 1997.